Nel nome della terra

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Edouard Bergeon è un regista nato e cresciuto nelle campagne francesi, autore di documentari e servizi giornalistici con lo sguardo sempre rivolto ai lavoratori della terra. Per la prima volta si è dedicato alla realizzazione di un lungometraggio di (pseudo) finzione che uscì al cinema in Italia giovedì 9 luglio 2020 grazie a Movies Inspired: Nel nome della terra (Au nom de la terre). La storia non è del tutto inventata, anzi quasi per niente; Bergeon ha solo trasposto sul grande schermo la sua vita e quella della sua famiglia, senza nemmeno romanzarla eccessivamente. Per una migliore adesione del racconto a ciò che accadde realmente, il regista è arrivato anche a utilizzare il diario originale di sua madre in cui venivano annotati alcuni eventi salienti ed estremamente personali della vita di famiglia. Siamo nel 1979 e Pierre Jarjeau (interpretato da Guillaume Canet) torna in Francia per riabbracciare l’amata Claire (Veerle Baetens) dopo essere stato in una grande fattoria del Wyoming per fare esperienza come coltivatore e allevatore di bestiame. Con grande entusiasmo e voglia di lavorare, Pierre acquisisce la fattoria Les Grands Bois da suo padre, pagandola – strano ma vero – profumatamente. Il vecchio Jarjeau è interpretato da Rufus, l’attore divenuto famoso grazie al film Il favoloso mondo di Amélie del 2001. Con un notevole salto temporale, veniamo catapultati negli anni novanta; Les Grands Bois è stata ampliata e ammodernata mentre Pierre lavora con impegno incessante e continua a investire somme ingenti per potenziare ulteriormente l’attività agricola. Anche la famiglia è cresciuta; le nascite dei due figli, Thomas (Anthony Bajon) ed Emma (Yona Kervern), hanno coronato il matrimonio di Pierre e Claire completando un perfetto quadro domestico. L’insorgenza di difficoltà economiche inizierà a creare problemi mettendo a dura prova la resilienza di tutti e quattro i componenti del nucleo famigliare. Nel nome della terra risulta essere una, volutamente malcelata, autobiografia per immagini dallo stile asciutto, senza voli pindarici; un racconto contadino in una società rurale che cambia col passare del tempo. L’attenzione al tratteggiamento delle personalità riesce a fare emergere l’amore tra i vari personaggi pur senza tergiversare in smancerie. Il regista Bergeon sottolinea, in particolare, il rapporto tra Pierre e suo padre Jacques, tra apparente cinico distacco e inespresso amore parentale. Svariati passaggi risultano incomprensibili per certe culture, come il trasferimento di proprietà di padre in figlio non già per successione bensì per compravendita, esattamente come avviene tra estranei. Dopotutto – dice il padre – “ho creato una grande fattoria partendo da due buoi ed avendo superato enormi difficoltà come l’epidemia di afta epizootica del 1951, quindi è giusto che anche mio figlio ce le faccia da solo”. L’orgoglio, la determinazione, la volontà e la dedizione assoluta come doti necessarie per una vita agricola incentrata sull’amore per la terra, per il bestiame, per la famiglia possono diventare elementi di crescita personale ma anche gabbie con sbarre d’acciaio; nella fattoria ci si può sentire liberi ma nel contempo prigionieri. Il punto focale non è, infatti, il racconto di un’epopea famigliare ma la denuncia di una spada di Damocle sempre pendente sulla testa degli agricoltori. La critica al “sistema malato” che obbliga gli allevatori a sobbarcarsi oneri spesso insostenibili è il fulcro attorno al quale ruota l’intera carriera di Edouard Bergeon come giornalista e sembra trovare il suo punto più alto nella realizzazione di questo film. Tra luci e ombre, si parte dall’entusiasmo per una vita bucolica di lavoro e serenità per arrivare allo scontro con l’economia di scala che schiaccia i coltivatori in un torchio spietato.

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