Il lago delle oche selvatiche

Il lago delle oche selvatiche

Il regista/sceneggiatore Diao Yinan è una vera rivelazione; nonostante abbia pochi lungometraggi al suo attivo, ha già collezionato una stupefacente mole di riconoscimenti internazionali in prestigiosi Festival. Il lago delle oche selvatiche (The Wild Goose Lake) è la sua ultima fatica ed è l’ennesimo punto di vista da cui parte per osservare l’universo poliziesco cinese. La metropoli di Wuhan era poco conosciuta fino a pochi mesi fa, ma le cronache di attualità le hanno dato una enorme notorietà mondiale; tutto il racconto è ambientato nelle sue periferie (degradate ma non per forza). I due assoluti protagonisti sono Hu Ge (il fuggitivo Zhou Zenong) e Gwei Lun Mei (la “bagnante” Liu Ai’ai); lui è inseguito, anzi, braccato perchè reo di avere ucciso un poliziotto e lei è una prostituta il cui luogo di lavoro è sulle sponde del lago di cui al titolo. Tutto avviene negli strati più oscuri della società, in quel sottobosco abitato da bande di ladri che si spartiscono le zone in cui “operare”. L’originale stile di Yinan racconta una storia di “guardie e ladri” senza che ci sia una apparente netta distinzione tra i buoni e i cattivi. La Polizia, infatti, è sempre rappresentata in borghese e gli interpreti non sono per forza attori di professione. L’inizio del film è segnato dall’incontro tra i sopracitati Zenong e Ai’ai in una piccola stazione ferroviaria. Grazie a lunghi flashback veniamo informati sugli avvenimenti che li hanno portati in quel luogo e in quel momento. Se la sinossi è molto semplice, il racconto è più articolato. Tra corse in moto, sparatorie e scene violente c’è anche spazio per indagini pseudo psicologiche che non vengono sempre espresse in maniera palese, ma fatte percepire attraverso uno specifico utilizzo di tecniche degne di una grande cinematografia. Lo stile registico è superlativo, mai banale e ricco di richiami ai maestri del cinema occidentale pur se comprensivo di elementi del tutto originali. Il lago delle oche selvatiche è un thriller di evidente stampo orientale con sporadiche ma preziose micro-celebrazioni di miti del passato. Non esistono inquadrature che non siano accuratamente studiate per colpire nel segno; anche l’uso dei colori e delle luci è preciso e meticoloso. A questo riguardo è molto evocativa la scena in cui una piccola folla balla in stile Hully Gully, con scarpe fluorescenti, su una musica da discoteca degli anni ’70 come Rasputin di Boney M. Da evidenziare la maestria del regista nel miscelare inquadrature cruente e violentissime ad altre profondamente introspettive e cariche di poesia senza scadere in tristi ovvietà. Interessante anche il tema dell’acqua che accompagna il fluire della vicenda dall’inizio alla fine tra piogge purificatrici, laghi pacifici e pozzanghere che diventano rifugi; argomento, quello dell’acqua, molto caro al cinema dell’estremo oriente in generale. Il film, che riteniamo assolutamente interessante, è stato inserito in selezione ufficiale al Festival di Cannes 2019 e designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani SNCCI.

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