Un altro mondo

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Un altro mondo (Un autre monde) è un film di Stéphane Brizé con Vincent Lindon, Sandrine Kimberlain, Anthony Bajon e Marie Drucker. Si tratta del terzo film diretto da Brizé sul mondo del lavoro. L’intera trilogia è composta anche da La legge del mercato del 2015 e In guerra del 2018 ed ha sempre per protagonista uno dei più talentuosi attori francesi contemporanei: Vincent Lindon.

In questa occasione Lindon interpreta Philippe Lemesle, un dirigente di una multinazionale che produce elettrodomestici. L’azienda è florida ma comunque alla ricerca di profitti sempre maggiori per non perdere terreno nei confronti della concorrenza. La proprietà chiede ai direttori degli stabilimenti europei di ridurre il personale dei vari siti produttivi del 10 percento per migliorarne la produttività. Anche Philippe dovrà compiere questo passo ma senza danneggiare la qualità della produzione e convincendo i sindacati ad accettare il licenziamento di 58 malcapitati dipendenti. Nello stesso momento Philippe si ritrova nella bufera anche per motivi personali con una dolorosa separazione da affrontare dopo vent’anni di matrimonio e due figli.

Un dirigente che si rispetti non deve – non può – mostrare debolezza nè verso le disposizioni che scendono dall’alto nè verso il personale che da lui dipende; non bisogna mai scoraggiarsi nè intristirsi. Una soluzione c’è sempre e una risposta positiva alle richieste dei vertici aziendali è l’unica via. Non ci sono alternative. Se Philippe vorrà continuare a guadagnarsi il lauto stipendio dovrà trovare una soluzione ed applicarla. Quando Wall Street esige solidità economica dall’azienda, l’etica può anche rimanere in secondo piano. Contano i numeri riportati sul bilancio, non la soddisfazione dei dipendenti addetti alla produzione. Eppure Philippe è convinto che un altro mondo sia possibile. Osservando suo figlio minore, portatore di qualche deficit intellettivo, il manager dalla scorza dura si lascia pervadere da una umanità che non sarebbe adeguata per il suo ruolo professionale. La ricerca di un equilibrio, in un mondo folle, è l’obiettivo a cui il protagonista cerca di arrivare.

Il regista Stéphane Brizé trova un espediente curioso per introdurci nelle stanze del potere aziendale. Tutte le scene degli interni sono pervase da una luce di intensità impressionante. I dirigenti “operativi” sono sempre ripresi in controluce perchè dalle finestre posizionate alle spalle dei vertici supremi filtra sempre una costante, a tratti quasi accecante, luce solare. La metafora è perfetta per mostrare come il bravo dirigente debba interpretare le disposizioni dei superiori come un faro che indica la via per poi trasferirne i dettami ai livelli inferiori. Un altro mondo è un esempio di impressionante cinema-verità da non confondersi, però, con un documentario. Si tratta comunque di un film – quindi finzione – ma realizzato senza nessun elemento che ne esalti la spettacolarità. Non ci sono colpi di scena, non ci sono spiazzanti effetti speciali, twist inaspettati o ribaltamenti di situazione. Veniamo semplicemente introdotti nelle stanze “del potere” dove assistiamo a verosimili riunioni aziendali con realistici scambi di “delicate cattiverie” tra diversi livelli e ruoli di responsabilità. Anche la colonna sonora è presente ma resta timidamente in secondo piano per non rubare la scena ai dialoghi apparentemente delicati ma in realtà durissimi, truci, infidi e spietati. Dialoghi che mostrano l’esistenza di “un altro mondo” costituito da gruppi manageriali chiusi in sè stessi, autoreferenziali, che prendono decisioni solo in base a dati numerici e senza minimamente verificare le effettive ricadute pratiche sulla base operativa/operaia il cui lavoro sostiene l’intera piramide aziendale. L’auspicio è che non sia ovunque così.

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