Hope

Hope di Maria SødahlHope (Håp) è un film drammatico diretto dalla norvegese Maria Sødahl ed è basato su fatti veri, di carattere autobiografico. Racconta di una coppia formata da Anja (Andrea Bræin Hovig) e Tomas (Stellan Skarsgård), entrambi impegnati in professioni legate all’arte teatrale. La loro è una – ormai “classica” – numerosa famiglia allargata composta da tre figli, frutto della loro unione, più altri tre avuti da Tomas da un precedente matrimonio. Poco prima del giorno di Natale, Anja viene informata di essere stata colpita da un tumore, pur operabile, che le potrebbe lasciare una prospettiva di vita molto breve (nella peggiore delle ipotesi). Un improvviso terremoto emotivo di questa portata stravolge non tanto – non solo – gli equilibri familiari quanto l’idea stessa di esistenza umana. Dopo vent’anni di convivenza, il lungo rapporto tra Anja e Tomas passa attraverso un setaccio dalle maglie strettissime e viene forzatamente sottoposto ad un’analisi profonda in cui ogni dettaglio del passato assume una rilevanza nuova. Anja “pretende” da Tomas risposte a domande, mai poste in precedenza, sugli eventi del loro trascorso; con la consapevolezza di avere, probabilmente, poco tempo da vivere, la donna cerca di riannodare i fili di un discorso lasciato in sospeso fino ad allora. Ogni cosa viene illuminata da una luce più intensa ed anche le più sottili trame si ispessiscono. Il rapporto stesso di Anja con i figli rientra in questa autoanalisi. Per esempio: nell’eventualità di lasciarli prematuramente, la donna ammette, pur senza eccessi né negligenze, la difficoltà ad amare alla stessa maniera quelli propri e quelli acquisiti. E tutto quanto accade nel modo più “umano” possibile, tutto si dipana con una naturalezza che lascia sbalorditi. La coppia si sottopone, in uno strettissimo lasso di tempo, ad una minuziosa verifica sul senso di dettagli del passato che, in questo momento, arrivano ad assumere significati inediti. Ad aiutare lo sviluppo del racconto contribuisce l’interpretazione straordinariamente tenera e naturale di uno Stellan Skarsgård che non prende mai il sopravvento ma che segue, quasi in sordina, le dinamiche della compagna condividendone le tappe del percorso di terapia. Tra la diagnosi truce della malattia e la data fissata per l’intervento chirurgico non c’è molto tempo e Tomas propone di procedere subito con quel matrimonio che avevano rimandato anni prima a causa degli impegni di lavoro e della nascita dei figli. La non facile accettazione di questo passo, che suona quasi come una sentenza, fa dire ad Anja una frase emblematica: “se dobbiamo sposarci, allora dobbiamo amarci l’un l’altro”. Una tale schiettezza, scaturita dai dialoghi tra i due protagonisti, fa da contraltare alla altrettanto diretta enunciazione dei possibili funesti eventi futuri da parte di tutti i medici che esaminano il caso. Franchezza, genuinità e semplicità sembrano i tre punti cardine dell’intero film. Ma non è solo il contenuto ad essere importante, perché anche la forma è apprezzabile. Alcune idee registiche sono semplicemente perfette, a partire dalle riprese in soggettiva per alcuni momenti di notevole intensità emotiva fino al ripetuto e stupendo rimbalzo di intensi e silenti primi piani durante la celebrazione del matrimonio. Da questi reciproci sguardi non si può non scorgere un ricordo, che è anche un probabile bilancio, di una convivenza ventennale. Le interpretazioni dei protagonisti e la regia, grazie ad una magnifica sinergia, permettono di far percepire anche ciò che non viene espresso a parole. Il percorso doloroso di accettazione della malattia è raccontato con una delicata introspezione, pervasa da un afflato teneramente impalpabile. Lodevole oltre misura è anche la temerarietà e la forza della regista di ripercorrere un percorso tanto duro e doloroso per poterlo raccontare pubblicamente in un film

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