Dafne – la nostra recensione

Dafne

Dafne è un film scritto e diretto da Federico Bondi; venne presentato all’ultimo Festival di Berlino nella sezione “Panorama” ottenendo un prestigioso riconoscimento: il premio Fipresci della critica. Uscì ufficialmente nelle sale italiane lo scorso 21 marzo in occasione della giornata mondiale della sindrome di Down, distribuito da VivoFilm.

La protagonista assoluta è Carolina Raspanti che interpreta il ruolo di Dafne. Naturalmente non è un’attrice professionista ma semplicemente una giovane che lavora con orgoglio e passione in un ipermercato; esattamente come il personaggio che interpreta. La peculiarità del film è proprio quella di mescolare finzione e realtà in un intreccio inscindibile. Bondi ha scritto il soggetto e la sceneggiatura del film per poi plasmarlo strada facendo ritagliandolo sulle corde e sulla personalità di Carolina.

Ma facciamo chiarezza: chi è Carolina e chi è Dafne? La prima è una giovane donna, simpaticissima, entusiasta, intraprendente e determinata. È fiera di lavorare da anni come addetta alle vendite. In passato la si sarebbe definita “mongoloide”, come dice suo padre (un bravissimo Antonio Piovanelli) in una scena portante del film. Dafne, invece, è il personaggio da lei interpretato. Le caratteristiche sono le medesime. Ciò che distingue le due figure è solo la storia raccontata.

Dafne deve elaborare il lutto della madre che viene a mancare all’inizio del racconto. Carolina, invece, vive con i genitori. Questa è la differenza principale fra l’interprete e il personaggio. Tutto il resto, ovvero ciò che concerne l’aspetto caratteriale e comportamentale, sembra coincidere perfettamente rendendo molto labile il confine tra il racconto e la vita.

Il grande merito di Bondi è quello di essere riuscito a raccontare il rapporto tra un padre e la figlia disabile senza iperdrammatizzare nè sottovalutare gli eventi. Il film analizza onestamente la situazione di una famiglia in cui è presente un figlio con la sindrome di Down. Dopo la morte della madre, Dafne si ritrova protagonista di un rovesciamento dei ruoli. Quella che ci si aspetterebbe di vedere come “parte debole” si rivela invece “la parte forte”. Rimprovera il padre e cerca di spingerlo a reagire. “Non mi piace chi si lamenta sempre“, “il lavoro è sacro“, “puzzi troppo di fumo” sono le frasi più sintomatiche di una ragazza che non vuole vedere il genitore in depressione

Dopo il drammatico inizio, assistiamo ad una progressiva evoluzione sia della narrazione sia dei personaggi. Padre e figlia decidono di tornare nel paesino in cui è stata sepolta la mamma/moglie e, insieme, compiono un viaggio fisico e metaforico allo stesso tempo. Un road movie soprattutto interiore per analizzare se stessi e spronarsi a vivere col sorriso “nonostante tutto”. Dafne non si scoraggia mai, rimane se stessa e non perde il contatto con la realtà. Il padre ripensa alla fatica iniziale (quando scoprì che sua figlia era colpita dalla sindrome di Down) e ricorda come superò questo shock arrivando, ora, ad amare Dafne più di ogni altra cosa.

La citazione forse più emblematica è quella che sintetizza perfettamente il “modus vivendi” della protagonista. Dopo avere appreso della morte delle madre, le viene offerta da un’infermiera una pasticca di antidepressivo ma lei rifiuta con decisione:  “La prenda lei quella pasticca. Io voglio piangere!” A Dafne era ben chiaro che sarebbe stato necessario sfogarsi per poi liberarsi dal peso della sofferenza. Una toccante e inaspettata manifestazione di lucida e profonda autoanalisi psicologica.

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